Che cos’è un inceneritore?

In Italia sono attualmente 56 gli inceneritori, o termovalorizzatori, installati sul suolo, con una incidenza maggiore al Nord (solo in Lombardia ne ritroviamo 13); per quanto riguarda la nostra Campania, nel 2009 è stato inaugurato quello di Acerra. In verità, però, i dati ufficiali dicono che diversi di questi impianti sono inattivi (sospesi o chiusi) e, alcuni, persino in smantellamento.

Dopo un’epoca in cui il loro utilizzo sembrava la soluzione per uno smaltimento rifiuti che fosse quanto più “pulito” ed economico, infatti, ci si è resi conto che, a conti fatti, il riciclo e la raccolta differenziata sono di gran lunga strumenti più potenti e, alla fine del ciclo, anche più economici.

In effetti, la caratteristica principale dei termovalorizzatori è proprio il fatto che, bruciando (letteralmente) i rifiuti si riesce a creare energia elettrica; una sorta di pala eolica che, invece di muoversi col vento, funziona a “spazzatura”. Ma come avviene?

Guardandone il funzionamento nello specifico, si constata che il forno all’interno del quale vengono bruciati i rifiuti, a volte anche con l’ausilio di gas metano, per innalzare la temperatura di combustione, genera un calore che porta a vaporizzare l’acqua in una caldaia posta a valle: questo vapore aziona una turbina che trasforma l’energia termica in energia elettrica, da utilizzare e ridistribuire, poi, come si desidera; famoso il caso di una città del Nord Italia dove i cittadini ricevevano sconti in bolletta, ad esempio.

Quello che si è scoperto, però, con il diffondersi di questi impianti, è che la quantità di energia che si ricava è inferiore, ovviamente, al rendimento di qualsiasi centrale elettrica tradizionale, senza contare che l’intero processo di incenerimento (dalla raccolta allo smaltimento delle ceneri di scarto) consuma molta più energia di quanta ne occorre con altre politiche di smaltimento-non-smaltimento (riuso, riciclo, raccolta differenziata).

In effetti, e questa è una cosa su cui si riflette sempre troppo poco, una volta inceneriti i rifiuti, si crea altro materiale da smaltire, appunto le ceneri, più una parte costituita da microparticelle volatili che si mescolano all’ambiente, all’aria e all’atmosfera, restando comunque un pericolo per la salute e per l’ambiente. Si parla, infatti, di una proporzione 30 a 70: in pratica, le ceneri di scarto rappresentano, in peso, il 30% del rifiuto bruciato; un dato enorme se si pensa alla quantità di rifiuti che si creano ogni giorno/mese/anno!

Proprio per questo c’è un altro passaggio da analizzare, che descrive l’intero funzionamento dei termovalorizzatori: il trattamento delle ceneri e dei fumi di combustione.

Dalle ceneri, innanzitutto, vengono recuperati metalli da riciclare nelle fonderie, più materiali inerti utili per l’edilizia; i fumi, invece, attraverso dei passaggi chimici e fisici, vengono depurati e raffreddati e poi immessi in atmosfera attraverso un camino, alto oltre 100 metri. Il problema su cui gli ambientalisti pongono l’attenzione è quello relativo al fatto che molte nanoparticelle sono così piccole da non poter essere filtrate o esaminate, costituendo quelle che vengono normalmente definite, poi, le emissioni dell’inceneritore.

Tutto questo ha creato una presa di coscienza collettiva che ha generato una vera e propria “crisi” del settore: in Olanda, ad esempio, si prevede una progressiva chiusura degli inceneritori, favorendo una educazione ambientale rivolta alla prevenzione e alla raccolta differenziata. In altri Paesi, come Finlandia, Grecia e Irlanda, i termovalorizzatori non esistono nemmeno.

Se si guarda, però, al nuovo impianto di Acerra, si vedrà come, grazie ad un doppio sistema di monitoraggio, attivo h24, e all’utilizzo di filtri specifici, le emissioni sono, e di molto, al di sotto dei limiti fissati dalla normativa europea e dall’autorizzazione integrata ambientale.

D’altro canto, sebbene la raccolta differenziata sia fondamentale ed utilissima per uno smaltimento rifiuti più saggio e per evitare sprechi, non tutti i materiali di scarto sono riciclabili, per cui l’idea del termovalorizzatore, che trasformi in energia, almeno in parte, questi materiali una volta bruciati, non suona una cattiva idea… anche se le realtà dei Paesi che ne sono privi, forse, avrebbero tanto da insegnarci.

Tuttavia, come specificato nel video che vi proponiamo di seguito, il nostro termovalorizzatore di Acerra, ad esempio, solo nel 2014 ha evitato l’emissione in atmosfera di 146mila milioni di tonnellate di anidride carbonica e il consumo di 111mila tonnellate di petrolio per l’utilizzo di combustibili fossili, tutto grazie all’energia che ha prodotto con la combustione dei rifiuti.

La speranza è che, in Paesi come il nostro, dove i termovalorizzatori hanno ancora un ruolo e un posto ben preciso nella politica di smaltimento, questi impianti sostituiscano integralmente le discariche, fermo restando un  totale impegno verso una sempre più ottima raccolta differenziata: purtroppo ci sono ancora molte regioni dove l’educazione ambientale è così scarsa da dare dati scoraggianti sul rispetto dell’ambiente e sullo smaltimento rifiuti regolamentare.

Trovare la giusta via di mezzo tra le due realtà, dicendo addio alle discariche, se non altro, potrebbe essere un passo intermedio verso un futuro ancora migliore, magari puntando anche ad un utilizzo sempre minore degli stessi termovalorizzatori.

 

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